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Idee a Confronto

Gli approfondimenti che vi proponiamo hanno lo scopo di delineare gli elementi che contraddistinguono la nostra azione e che prospettano quelli che possiamo definire ”cardini del cambiamento”.

Ne risulterà un insieme di idee e di progetti che ti invitiamo ad integrare con i tuoi contributi, per giungere alla redazione di un “libro bianco” sui veri cambiamenti che la società italiana attende da tempo.

I diversi punti produrranno un testo di molte pagine, poco adatto ad una presentazione su internet. Utilizza quindi la stampante e leggili con calma, un po’ alla volta, durante il tuo tempo libero.

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pagina 1
Una collocazione particolare
Popolarismo, cattolicesimo, mondo del lavoro
Una diversa progettualità
pagina 2
La “Casta” e la paralisi della democrazia
Democrazia economica
Politiche per il consumo e qualità della vita
pagina 3
Ritorniamo all’economia politica
Una nuova critica sociale
Valori e “classe dirigente”


Una collocazione particolare

La nostra collocazione nasce dalla volontà di sviluppare un’area di sintesi politica in una posizione di equidistanza tra i due poli che il sistema bipartitico ha creato in Italia.
Una libera ed efficace iniziativa politica può svilupparsi oggi al centro, al di fuori dei condizionamenti impropri dei due schieramenti di centro-destra e di centro-sinistra.
Lavorando al progetto di un’unione di centro, vogliamo essere un ponte ed un punto di aggregazione per altre forze che si ispirano sinceramente e senza preconcetti al perseguimento del bene comune.
Il nostro centro non è quello degli equilibri parlamentari; per “centro” non intendiamo “l’ago della bilancia”, pronto ad essere maggioranza con gli uni o con gli altri, ma il luogo di un nuovo confronto politico e della crescita di quella nuova progettualità di cui il nostro paese ha bisogno.
Il nostro “centrismo” è quello del buon senso collettivo.

Da sempre l’UDC è tra quelle forze che nella propria azione guardano al bene comune, considerando la dignità ed i bisogni della persona nell’esperienza quotidiana della famiglia, del lavoro, della scuola, della cultura, del consumo, secondo criteri di libertà, giustizia, comuni opportunità, solidarietà, autonomia ed iniziativa. Oggi ci è richiesta maggior coerenza ed attenzione alle ragioni del nostro impegno. Su questi percorsi valoriali si articolano la politica locale e nazionale e si realizza una tensione culturale ed un metodo politico che consentono di perseguire l’ideale di una democrazia sostanziale.
In questo cammino ribadiamo il rifiuto di scelte ideologiche a priori, di destra come di sinistra, ma anche di “a priori” economici, come di “a priori” sociologici.
Frequentemente questi ideologismi sono manifesti e riconoscibili, ma i loro sottoprodotti culturali sono ancor più pervasivi, avendo assunto lo status di verità inconsciamente condivise.
Le trasformazioni economiche e sociali in atto richiedono un nuovo senso critico attento a cogliere un mondo di opportunità e relazioni fino ad oggi misconosciute o sottovalutate.
Il fine dello sviluppo economico e sociale dipende anche dalla capacità che avremo di ridisegnare modelli di riferimento che vanno ormai corretti.
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Popolarismo, cattolicesimo, mondo del lavoro

L’UDC ha radici popolari e rifiuta ogni deriva populista. Nessuno può svolgere un ruolo democratico se chi più può contare, nelle piazze, come nella finanza, ha il “potere” di aver ragione. La società italiana non può essere schiacciata tra mondi antagonisti (lo sono poi davvero?), ma incapaci di rappresentare realmente i diritti e le aspirazioni dell’unica maggioranza che conta: quella del mondo del lavoro.
Per noi il mondo del lavoro non include solo chi produce un valore aggiunto economico o sociale, ma anche chi aspira ad un lavoro che non ha, chi svolge un ruolo sociale non retribuito e coloro che si preparano alla vita con lo studio.
Quando usiamo il termine lavoratori, ci riferiamo all’insieme del mondo del lavoro e non a singole categorie.
Non neghiamo che tra le singole parti esista conflitto e competizione, pensiamo tuttavia che il primo e più importante confronto sia tra classi economicamente o socialmente produttive e categorie economicamente e socialmente improduttive.
Purtroppo il peso delle ideologie dell’otto-novecento è ancora eccessivo. Non è infrequente ascoltare commenti che intendono per “lavoratori” solo ed esclusivamente alcune categorie di persone, assimilando rbitrariamente tutte le altre ad una categoria antagonista. Costoro teorizzano, forse senza rendersene conto, il conflitto a fondamento della coesistenza democratica.
Al contrario, per noi, la Repubblica si fonda sul lavoro, perché nel lavoro tutti gli uomini e le società possono trovare la realizzazione di sé stessi; nel lavoro trovano e soprattutto “mantengono” libertà e dignità; quella libertà e dignità della persona senza la quale non esistono “repubbliche democratiche”.
Il linguaggio fin qui usato può tradire una concezione riconducibile al cattolicesimo democratico. Ne siamo consci e d’altronde le radici cristiane dell’Europa, scritte o non scritte nella Costituzione Europea, sono una realtà oggettiva, ancor viva nelle coscienze individuali di milioni di laici, credenti e non credenti.
Questi, seppur “divisi” dalla fede (il più delle volte, è stato scritto, più piccola di un granello di senape), condividono quelle cose che chiamiamo “mondo” ed “esistenza”, desiderandoli migliori.
Come la fede non appartiene alla politica (ci mancherebbe!), la politica non appartiene alla fede. Queste dimensioni coesistono liberamente nell’intima dimensione culturale della persona. Pertanto tra religione e laicità esiste separazione senza discrasia: la laicità è arricchita dal senso religioso ed il senso religioso si umanizza nella laicità.
Non condividiamo pertanto la posizione di chi pensa che dobbiamo lavorare alla costruzione di una “casa” per i cattolici, per sottrarli e per sottrarci alle pressioni dei due principali schieramenti. Non interpretiamo in questo modo le parole di Benedetto XVI° a Cagliari. Un partito moderno deve essere un partito aperto, non ha senso fondarlo sull’appartenenza ad una fede religiosa. Liberiamoci una volta per tutte da questo malinteso.
Per noti motivi storici, che appartengono ad un passato più o meno prossimo, ma anche per vicende dell’oggi, il rapporto tra cattolicesimo e politica riveste grande importanza nel nostro paese e richiede qualche parola chiarificatrice.
Ai laici cattolici che intendono impegnarsi in politica diciamo che il “clericalismo” non è il miglior biglietto da visita. Ognuno, e sarebbe già molto, deve assumersi le proprie responsabilità, senza coinvolgere la Chiesa, senza usarla come dito dietro il quale nascondersi, o peggio come “scorciatoia” per il consenso. Aggiungiamo, per altri, che il fine non giustifica i mezzi, anche se il fine è “cristiano” e che si finisce per essere banderuole quando, spacciandosi per nuovi soggetti politici, si dichiara di perseguire il fine del bene comune, perseguendo poi solo quello della propria “parrocchia”.
Con altrettanta chiarezza, alle componenti laico-laiciste, diciamo che non ci scandalizzano né il riferirsi alla dottrina sociale della Chiesa, né l’attenzione alla dottrina morale ed etica del cristianesimo e che non condividiamo, anzi avversiamo, l’aggressione preconcetta alla Chiesa in nome di un “libero pensiero” incapace ormai di rappresentare uno stimolo intellettuale per la modernità.
Pensiamo che credenti e non credenti possano riconoscersi in queste parole tratte da un compendio di dottrina sociale della Chiesa: “L’umanità comprende sempre più chiaramente di essere legata da un unico destino che richiede una comune assunzione di responsabilità, ispirata da un umanesimo integrale e solidale: vede che questa unità di destino è spesso condizionata e perfino imposta dalla tecnica e dall’economia ed avverte il bisogno di una maggiore consapevolezza morale che orienti il cammino comune”.
Queste parole dischiudono una prospettiva di lavoro immensa, alla quale ci si può dedicare prescindendo dai propri convincimenti religiosi.
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Una diversa progettualità

Se “l’immaginazione al potere” ci appare come uno slogan eccessivo, al contrario siamo convinti che il sistema politico sia carente di immaginazione: quella concretamente rivolta al bene comune.
In questo senso manca una politica di “progetti” che in nome della solidarietà e della libera iniziativa, nella ricerca di nuove opportunità di sviluppo economico, di sburocratizzazione del “sistema Italia”, produca concrete iniziative, anche in ambito legislativo.
Sappiamo bene che molti “progetti” negli ultimi decenni, si sono tradotti in operazioni ad uso e consumo di qualcuno, ma era proprio questo il loro fine: progetti fumosi con poltrone concrete! La progettualità alla quale ci riferiamo é invece quella di una intelligenza collettiva che individua vere prospettive di sviluppo e che si dedica a costruire un terreno propizio all’iniziativa privata ed al lavoro, rimovendo ostacoli, sollecitando efficienza, rifuggendo da ogni politica “dirigista”. Oggi non possiamo permetterci di trascurare ogni opportunità di crescita.

Se si vuole sostenere lo sviluppo del paese servono politiche economiche ed industriali coerenti che scelgano con convinzione la centralità dell’impresa senza subordinare tempi ed obbiettivi ai soli criteri della “mano pubblica”. Occorre non disperdere le risorse umane e finanziarie, pubbliche e private, in iniziative “deboli”, improvvisate, incapaci di sinergie, che producono scarsi investimenti interni ed una presenza effimera sui mercati internazionali.
Sia poi chiaro che così come non bisogna “disperdere” è altrettanto controproducente l’eccessiva concentrazione di risorse su singoli progetti, utili a gonfiarci di orgoglio italiota, ma inadatti a moltiplicare benefici economici per la collettività.
Occorrono nuovi progetti, ciascuno capace di contribuire ad una maggior dinamica dell’economia, delle economie locali; occorre sottrarre all’inefficienza ed all’immobilismo pubblico, da un lato, od alle sole aspettative di speculazione privata, dall’altro, ambiti operativi che possono creare lavoro e reddito per molti cittadini.
Insieme possiamo promuovere un’economia capace di realizzare una partecipazione diffusa al “fare impresa” ed al lavoro (dove intere classi di età sono oggi discriminate); un’economia che tuteli i poteri d’acquisto, che rilanci gli investimenti reali e i progetti strategici, per giungere, infine, ad una politica economica ed industriale che ridefinisca la partecipazione italiana all’economia mondiale, ridisegnando strategie e ruoli tra imprese, politica e finanza.
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