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Idee a Confronto
Gli approfondimenti che vi proponiamo
hanno lo scopo di delineare gli elementi che contraddistinguono
la nostra azione e che prospettano quelli che possiamo definire ”cardini
del cambiamento”.
Ne risulterà un insieme di idee e di progetti che ti invitiamo ad integrare con i tuoi contributi, per giungere alla redazione di un “libro bianco” sui veri cambiamenti che la società italiana attende da tempo.
I diversi punti produrranno un testo di molte pagine, poco
adatto ad una presentazione su internet. Utilizza quindi
la stampante e leggili con calma, un po’ alla volta,
durante il tuo tempo libero.
scrivici@youdc.it

Una collocazione particolare
La nostra collocazione nasce dalla
volontà di sviluppare
un’area di sintesi politica in una
posizione di equidistanza tra i due poli
che il sistema
bipartitico ha creato in Italia.
Una libera ed efficace iniziativa politica
può svilupparsi
oggi al centro, al di fuori dei condizionamenti
impropri dei due schieramenti di centro-destra
e di centro-sinistra.
Lavorando al progetto di un’unione
di centro, vogliamo essere un ponte ed un
punto
di aggregazione
per altre
forze che si ispirano sinceramente e senza
preconcetti al perseguimento
del bene comune.
Il nostro centro non è quello degli equilibri parlamentari;
per “centro” non intendiamo “l’ago
della bilancia”, pronto ad essere maggioranza con gli
uni o con gli altri, ma il luogo di un nuovo confronto politico
e della crescita di quella nuova progettualità di
cui il nostro paese ha bisogno.
Il nostro “centrismo” è quello
del buon senso collettivo.
Da sempre l’UDC è tra quelle forze che nella propria azione guardano
al bene comune, considerando la dignità ed i bisogni della persona nell’esperienza
quotidiana della famiglia, del lavoro, della scuola, della cultura, del consumo,
secondo criteri di libertà, giustizia, comuni opportunità, solidarietà,
autonomia ed iniziativa. Oggi ci è richiesta maggior coerenza ed attenzione
alle ragioni del nostro impegno. Su questi percorsi valoriali si articolano la
politica locale e nazionale e si realizza una tensione culturale ed un metodo
politico che consentono di perseguire l’ideale di una democrazia
sostanziale.
In questo cammino ribadiamo il rifiuto di scelte ideologiche
a priori, di destra come di sinistra, ma anche di “a priori” economici, come di “a
priori” sociologici.
Frequentemente questi ideologismi sono manifesti e riconoscibili,
ma i loro sottoprodotti culturali sono ancor più pervasivi, avendo assunto lo status di verità inconsciamente
condivise.
Le trasformazioni economiche e sociali in atto richiedono un
nuovo senso critico attento a cogliere un mondo di opportunità e
relazioni fino ad oggi misconosciute o sottovalutate.
Il fine dello sviluppo economico e sociale dipende anche dalla
capacità che
avremo di ridisegnare modelli di riferimento che vanno ormai
corretti.
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Popolarismo, cattolicesimo, mondo del lavoro
L’UDC ha radici popolari e rifiuta ogni deriva populista. Nessuno può svolgere
un ruolo democratico se chi più può contare, nelle piazze, come
nella finanza, ha il “potere” di aver ragione. La società italiana
non può essere schiacciata tra mondi antagonisti (lo sono poi davvero?),
ma incapaci di rappresentare realmente i diritti e le aspirazioni dell’unica
maggioranza che conta: quella del mondo del lavoro.
Per noi il mondo del lavoro non include solo chi produce un valore
aggiunto economico o sociale, ma anche chi aspira ad un lavoro che
non ha, chi svolge
un ruolo sociale
non retribuito e coloro che si preparano alla vita con lo studio.
Quando usiamo il termine lavoratori, ci riferiamo all’insieme
del mondo del lavoro e non a singole categorie.
Non neghiamo che tra le singole parti esista conflitto e competizione,
pensiamo tuttavia che il primo e più importante confronto
sia tra classi economicamente o socialmente produttive e categorie
economicamente
e socialmente improduttive.
Purtroppo il peso delle ideologie dell’otto-novecento è ancora eccessivo.
Non è infrequente ascoltare commenti che intendono per “lavoratori” solo
ed esclusivamente alcune categorie di persone, assimilando rbitrariamente
tutte le altre ad una categoria antagonista. Costoro teorizzano,
forse senza rendersene
conto, il conflitto a fondamento della coesistenza democratica.
Al contrario, per noi, la Repubblica si fonda sul lavoro, perché nel lavoro
tutti gli uomini e le società possono trovare la realizzazione di sé stessi;
nel lavoro trovano e soprattutto “mantengono” libertà e dignità;
quella libertà e dignità della persona senza la quale non esistono “repubbliche
democratiche”.
Il linguaggio fin qui usato può tradire una concezione riconducibile al
cattolicesimo democratico. Ne siamo consci e d’altronde le radici cristiane
dell’Europa, scritte o non scritte nella Costituzione Europea, sono una
realtà oggettiva, ancor viva nelle coscienze individuali
di milioni di laici, credenti e non credenti.
Questi, seppur “divisi” dalla fede (il più delle volte, è stato
scritto, più piccola di un granello di senape), condividono quelle cose
che chiamiamo “mondo” ed “esistenza”,
desiderandoli migliori.
Come la fede non appartiene alla politica (ci mancherebbe!),
la politica non appartiene alla fede. Queste dimensioni coesistono
liberamente
nell’intima
dimensione culturale della persona. Pertanto tra religione e laicità esiste
separazione senza discrasia: la laicità è arricchita dal senso
religioso ed il senso religioso si umanizza nella laicità.
Non condividiamo pertanto la posizione di chi pensa che dobbiamo
lavorare alla costruzione di una “casa” per i cattolici, per sottrarli e per sottrarci
alle pressioni dei due principali schieramenti. Non interpretiamo in questo modo
le parole di Benedetto XVI° a Cagliari. Un partito moderno deve essere un
partito aperto, non ha senso fondarlo sull’appartenenza
ad una fede religiosa. Liberiamoci una volta per tutte da questo
malinteso.
Per noti motivi storici, che appartengono ad un passato più o meno prossimo,
ma anche per vicende dell’oggi, il rapporto tra cattolicesimo
e politica riveste grande importanza nel nostro paese e richiede
qualche parola chiarificatrice.
Ai laici cattolici che intendono impegnarsi in politica diciamo
che il “clericalismo” non è il
miglior biglietto da visita. Ognuno, e sarebbe già molto, deve assumersi
le proprie responsabilità, senza coinvolgere la Chiesa, senza usarla come
dito dietro il quale nascondersi, o peggio come “scorciatoia” per
il consenso. Aggiungiamo, per altri, che il fine non giustifica i mezzi, anche
se il fine è “cristiano” e che si finisce per essere banderuole
quando, spacciandosi per nuovi soggetti politici, si dichiara di perseguire il
fine del bene comune, perseguendo poi solo quello della propria “parrocchia”.
Con altrettanta chiarezza, alle componenti laico-laiciste, diciamo
che non ci scandalizzano né il riferirsi alla dottrina sociale della Chiesa, né l’attenzione
alla dottrina morale ed etica del cristianesimo e che non condividiamo, anzi
avversiamo, l’aggressione preconcetta alla Chiesa in nome di un “libero
pensiero” incapace ormai di rappresentare uno stimolo intellettuale per
la modernità.
Pensiamo che credenti e non credenti possano riconoscersi in
queste parole tratte da un compendio di dottrina sociale della
Chiesa: “L’umanità comprende
sempre più chiaramente di essere legata da un unico destino che richiede
una comune assunzione di responsabilità, ispirata da un umanesimo integrale
e solidale: vede che questa unità di destino è spesso condizionata
e perfino imposta dalla tecnica e dall’economia ed avverte il bisogno di
una maggiore consapevolezza morale che orienti il cammino comune”.
Queste parole dischiudono una prospettiva di lavoro immensa,
alla quale ci si può dedicare prescindendo dai propri
convincimenti religiosi.
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Una diversa progettualità
Se “l’immaginazione al potere” ci appare come uno
slogan eccessivo, al contrario siamo convinti che il sistema politico
sia carente
di immaginazione:
quella concretamente rivolta al bene comune.
In questo senso manca una politica di “progetti” che in nome della
solidarietà e della libera iniziativa, nella ricerca di nuove opportunità di
sviluppo economico, di sburocratizzazione del “sistema Italia”,
produca concrete iniziative, anche in ambito legislativo.
Sappiamo bene che molti “progetti” negli ultimi decenni, si sono
tradotti in operazioni ad uso e consumo di qualcuno, ma era proprio questo il
loro fine: progetti fumosi con poltrone concrete! La progettualità alla
quale ci riferiamo é invece quella di una intelligenza collettiva che
individua vere prospettive di sviluppo e che si dedica a costruire un terreno
propizio all’iniziativa privata ed al lavoro, rimovendo ostacoli, sollecitando
efficienza, rifuggendo da ogni politica “dirigista”. Oggi non possiamo
permetterci di trascurare ogni opportunità di crescita.
Se si vuole sostenere lo sviluppo del paese servono politiche economiche
ed industriali coerenti che scelgano con convinzione la centralità dell’impresa
senza subordinare tempi ed obbiettivi ai soli criteri della “mano pubblica”.
Occorre non disperdere le risorse umane e finanziarie, pubbliche e private, in
iniziative “deboli”, improvvisate, incapaci di sinergie,
che producono scarsi investimenti interni ed una presenza effimera
sui mercati
internazionali.
Sia poi chiaro che così come non bisogna “disperdere” è altrettanto
controproducente l’eccessiva concentrazione di risorse su singoli progetti,
utili a gonfiarci di orgoglio italiota, ma inadatti a moltiplicare benefici economici
per la collettività.
Occorrono nuovi progetti, ciascuno capace di contribuire ad una maggior
dinamica dell’economia, delle economie locali; occorre sottrarre all’inefficienza
ed all’immobilismo pubblico, da un lato, od alle sole aspettative di speculazione
privata, dall’altro, ambiti operativi che possono creare lavoro
e reddito per molti cittadini.
Insieme possiamo promuovere un’economia capace di realizzare una partecipazione
diffusa al “fare impresa” ed al lavoro (dove intere classi di età sono
oggi discriminate); un’economia che tuteli i poteri d’acquisto, che
rilanci gli investimenti reali e i progetti strategici, per giungere, infine,
ad una politica economica ed industriale che ridefinisca la partecipazione italiana
all’economia mondiale, ridisegnando strategie e ruoli tra imprese, politica
e finanza.
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