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Idee a Confronto

Gli approfondimenti che vi proponiamo hanno lo scopo di delineare gli elementi che contraddistinguono la nostra azione e che prospettano quelli che possiamo definire ”cardini del cambiamento”.

Ne risulterà un insieme di idee e di progetti che ti invitiamo ad integrare con i tuoi contributi, per giungere alla redazione di un “libro bianco” sui veri cambiamenti che la società italiana attende da tempo.

I diversi punti produrranno un testo di molte pagine, poco adatto ad una presentazione su internet. Utilizza quindi la stampante e leggili con calma, un po’ alla volta, durante il tuo tempo libero.

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pagina 1
Una collocazione particolare
Popolarismo, cattolicesimo, mondo del lavoro
Una diversa progettualità
pagina 2
La “Casta” e la paralisi della democrazia
Democrazia economica
Politiche per il consumo e qualità della vita
pagina 3
Ritorniamo all’economia politica
Una nuova critica sociale
Valori e “classe dirigente”



La “Casta” e la paralisi della democrazia

Le grandi coalizioni, distratte dalle loro schermaglie, non vogliono vedere che l’approfondirsi della crisi economica porterà ad una profonda crisi sociale. Quanto sta avvenendo ci impone una riflessione sui rapporti sociali ed economici che possa riequilibrare rapidamente il sistema, disarticolando nello Stato, nella politica, nella finanza, nell’economia quanto ha determinato, sempre e a beneficio di pochi, una distorta “allocazione delle risorse”, cioè la distruzione dei frutti del lavoro: redditi e risparmi. Distruggendo infine, con questa crisi, le premesse stesse del lavoro.
E’ della “Casta” che intendiamo parlare.
Ogni processo di riorientamento sociale e politico si scontrerà inevitabilmente con chi, in nome della democrazia, ha prodotto parassitismo e burocrazia, moltiplicazione di centri di potere, creazione di innumerevoli (nel senso letterale della parola) funzioni e “responsabilità”, a livello locale, centrale ed aziendale (aziende pubbliche e finto-private), funzioni che più sono inutili, più sono remunerate. In una sola parola tutti i prodotti della partitocrazia e del clientelismo che oggi rivestono i panni della funzione democratica, del diritto acquisito, dello status sociale.
Una schiacciante presenza di poteri piccoli e grandi che insidiano il controllo del sistema democratico italiano e l’utilizzo del pubblico denaro.
Il costo sociale, in termini di mancato sviluppo e mancate opportunità, è enorme.
Il costo politico è tale da screditare la formula democratica, determinando lo scollamento tra cittadini ed istituzioni.
Il costo economico lo sta sopportando ogni famiglia italiana e nelle sue conseguenze ci sta avviando ad un’esperienza di tipo argentino.
Tra i politici pochi ne parlano e subito glissano quando qualcuno si azzarda a porre in relazione la riduzione della pressione fiscale o l’incremento di risorse finanziarie per “tamponare” la crisi, con l’obbiettivo della riduzione di una spesa pubblica abnorme.
Ma quali risparmi potrebbero realizzarsi contrastando quel mondo il cui valore aggiunto è solo per sé stesso? Qual’é il costo del settore degli “stipendiati della politica” che, pur escludendo i parlamentari, è stato definito da qualcuno, sarcasticamente, il settore “economico” oggi numericamente più rilevante in Italia?
Chi beneficia ad ampie mani di questo “sistema” non sono solo quei gruppi di “furbetti del quartiere”, che si compongono e scompongono secondo le convenienze, sono ormai “classi sociali” e queste classi sono la vera spina nel fianco, la sabbia nel motore della nostra economia e della nostra democrazia. Sono “classi”, con comuni interessi ed identiche strategie, nate dal clientelismo, dalla partitocrazia, dall’assistenzialismo, di un recente passato che si perpetua nel presente.
Gli esempi sono innumerevoli e vanno ben al di là dei pur tanti aneddoti riportati in libri di successo.
Il denaro pubblico, che è frutto del nostro lavoro, è disperso e divorato senza un vero controllo democratico. Esiste una classe di politici e di collaterali alla politica indegna di questo paese, tanto avida quanto incapace.
La paralisi del paese nasce anche dalla consistenza e dal potere di queste categorie parassitarie.
Tuttavia, oltre ai costi diretti della politica, esistono anche rilevanti costi indiretti: quelli della sua inefficienza.
Riteniamo quindi che ogni riorientamento al bene comune dovrà investire anche altri ambiti di intervento, razionalizzando i sistemi politici ed amministrativi di gestione della cosa pubblica e l’organizzazione dello Stato nelle sue componenti centrali e locali.
E’ giunto il momento di affrontare questo nodo, apparentemente inestricabile, considerando tutte le componenti di costo, di inefficienza, di abuso.
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Democrazia economica

Oltre alla democrazia politica, esiste, o dovrebbe esistere, anche una democrazia economica, i cui valori ed i cui fini sono oggi ancor più disattesi della prima.
Il premio Nobel Amartya Sen ha scritto che “il mercato fiorisce con la libertà, ma la libertà si impoverisce se si abbandonano i cittadini ad un destino senza capacità e senza scelta”. Democrazia politica e democrazia economica sono quindi realtà inscindibili. La deriva dell’una e dell’altra sono oggi il prodotto di un gigantesco fraintendimento culturale che ha consentito all’economia ed alla politica di separasi, nell’illusione di poter gestire “mercati” diversi, di coltivare “businness” diversi. Ma il mercato è uno solo, una sola è la società e infiniti i vasi comunicanti tra l’uno e l’altra.
Dobbiamo tornare ai fondamentali dell’economia, che ancor prima delle variabili macroeconomiche, sono rappresentati dalla capacità delle dottrine economiche di arricchire il quadro di un umanesimo integrale, convivendo con le altre aspirazioni che si agitano nel cuore dell’uomo. L’economia si è arresa ad una eccessiva specializzazione, utile in un mondo inutilmente complicato, ed ha dimenticato il suo primo compito, un compito al quale partecipa insieme ad altre discipline: quello di aiutare gli uomini, che sono anche homus oeconomicus, ad essere liberi ed a costruire delle libere società.
Ogni successiva specializzazione non dovrebbe dimenticare questo punto di partenza. Non sembrerà allora strano parlare di economia e di eticità, di senso, di fini condivisi, di interdisciplinarietà, di regole, rivalutando quegli elementi che hanno costituito in passato la base di un’analisi razionale e dinamica dei comportamenti economici: utilità, scarsità, valore, surplus.
La democrazia economia riguarda allora tutti noi e fin d’ora dobbiamo ottenere una maggior trasparenza ed informazione sui flussi economici tra famiglie, imprese e Stato. L’informazione è un elemento cruciale. Barack Obama, a pochi giorni dal suo insediamento alla Casa Bianca, ha realizzato un sistema informativo capace di dare ragione di ogni dollaro speso nella realizzazione del nuovo programma di sostegno e rilancio dell’economia. Come vedete non è necessario essere socialisti per perseguire il fine di una democrazia sostanziale. L’informazione e la partecipazione da sole valgono più di mille bandiere rosse.
Lo sviluppo sociale del nostro paese non può poi prescindere dall’iniziativa individuale diffusa. La libera iniziativa ha infatti un ruolo sia sociale che economico e pertanto dobbiamo costruire un sistema normativo che consenta di guardare al “mettersi in proprio” con maggior naturalezza.
Tutto questo è possibile se lo Stato è disponibile a fare più di “un passo indietro”, semplificando le regole e lasciando respiro ai nuovi soggetti economici.
La democrazia economica riguarda poi il rapporto tra occupazione e disoccupazione, tra generazioni presenti e future, tra sviluppo e povertà, riguarda l’informazione al consumo e la sua tutela, la tutela dei redditi familiari, il rapporto tra risparmio e finanza, tra finanza e produzione reale, il rapporto tra stato e contribuenti, tra lavoratori e pensionati da un lato ed i gestori dei sistemi previdenziali dall’altro.
Affrontare queste tematiche ci riconduce ad un comune denominatore di valori, ad una tensione alla libertà che avversa l’ipocrisia e la manipolazione delle coscienze e delle verità, che sono anche verità di rapporti sociali ed economici.
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Politiche per il consumo e qualità della vita

L’UDC crede nella libertà individuale e nella libertà economica e di impresa, ma crede anche in un mercato regolato al fine della tutela degli investimenti, dei consumi, dei risparmi, dei redditi disponibili.
E’ urgente proporre nuove leggi a difesa del potere d’acquisto dei cittadini e non possiamo sottacere le responsabilità dello Stato che per primo ha convertito prezzi e tariffe pubbliche nel rapporto 1 euro/1000 lire, pochi giorni dopo l’introduzione della nuova moneta.
Il mercato va regolato e va regolato con decisione.

La tutela del potere d’acquisto dei cittadini è tutela della qualità della vita, ma quanti altri ambiti si aprono con queste parole!
Sanità, istruzione, giustizia, occupazione, uso del territorio, attenzione per la terza età: quante deficienze, quante distorsioni, quante opportunità mancate.
Tutte carenze che nascono dall’inerzia e dallo spreco, dalla mancanza di una visione razionale e sociale dell’economia pubblica, incapace di far coesistere l’interesse particolare con quello generale.
Tutte carenze che rappresentano un “debito”, al di là di quello pubblico, che non possiamo pagare con quello che si ha, ma solo con quello che si è. Servono momenti di discontinuità per rientrare in una continuità di principi e di valori condivisi.
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