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Idee a Confronto

Gli approfondimenti che vi proponiamo hanno lo scopo di delineare gli elementi che contraddistinguono la nostra azione e che prospettano quelli che possiamo definire ”cardini del cambiamento”.

Ne risulterà un insieme di idee e di progetti che ti invitiamo ad integrare con i tuoi contributi, per giungere alla redazione di un “libro bianco” sui veri cambiamenti che la società italiana attende da tempo.

I diversi punti produrranno un testo di molte pagine, poco adatto ad una presentazione su internet. Utilizza quindi la stampante e leggili con calma, un po’ alla volta, durante il tuo tempo libero.

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pagina 1
Una collocazione particolare
Popolarismo, cattolicesimo, mondo del lavoro
Una diversa progettualità
pagina 2
La “Casta” e la paralisi della democrazia
Democrazia economica
Politiche per il consumo e qualità della vita
pagina 3
Ritorniamo all’economia politica
Una nuova critica sociale
Valori e “classe dirigente”



Ritorniamo all’economia politica

Dopo l’ubriacatura da economia finanziaria dobbiamo tornare all’economia politica, al desiderio di comprendere ed allo sforzo connesso a questo desiderio.

Oggi é l’incertezza che dobbiamo affrontare, una nuova età che sperimenta l’affanno nel quale si trovano le famiglie ed il mondo del lavoro: l’incapacità di produrre redditi e valore, la fluidità dei prezzi e quindi dei poteri d’acquisto, la distruzione di patrimoni, le crescenti difficoltà negli approvvigionamenti di materie prime e di fonti di energia, la risibilità delle politiche economiche, incapaci di liberarsi dalla morsa delle partite correnti, l’inefficacia o la dispersione degli investimenti pubblici, la crescente concorrenza internazionale la cui forza potenziale é rappresentata dalle centinaia di milioni di futuri nuovi addetti alla produzione di beni materiali, una forza produttiva immensa che si sta creando nei paesi emergenti dell’Asia.
Tanti sono gli elementi che potremmo aggiungere. Tutti contribuiscono a delineare la debolezza strutturale della nostra economia ed in particolare dell’economia pubblica.
Ma è nell’economia che dobbiamo cercare le soluzioni.
L’UDC deve richiamare tutti all’importanza di una riflessione critica, aperta e costruttivamente ottimista su questi argomenti cruciali, all’importanza di una ricerca economica più attenta ai temi ed agli aggregati macroeconomici che agli andamenti degli indici di Borsa.
L’UDC deve maggiormente coinvolgersi nell’elaborazione di progetti volti ad attenuare gli effetti della crisi, guardando contemporaneamente al futuro nel delineare possibili scenari di sviluppo.
L’UDC deve porre al paese queste domande, impegnandosi ad applicarsi con continuità alle possibili risposte: “quali fini di politica economica ci proponiamo?”. “Stiamo allocando razionalmente le risorse per perseguire questi fini?”. “Quali nuovi schemi di “utilità” possono delineare nuovi processi di sviluppo economico e sociale?”.
Insieme possiamo promuovere un’economia capace di realizzare una partecipazione diffusa al “fare impresa” ed al lavoro, dove intere classi di età sono oggi discriminate; un’economia che tuteli i poteri d’acquisto ed i risparmi, che rilanci gli investimenti reali e i progetti strategici, per giungere, infine, ad una politica economica ed industriale che ridefinisca la partecipazione italiana all’economia mondiale, ridisegnando strategie e ruoli tra imprese, politica e finanza.
Il primo ed il più noto testo di economia, scritto oltre duecento anni fa, ha per titolo “Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni”. Non dobbiamo cessare di porci questa domanda: “cosa genera reddito e ricchezza?”
Non esiste una risposta valida una volta per tutte; è questo un interrogativo che tutte le generazioni, nelle diverse condizioni storiche ed economiche, devono porsi, ed è essenziale che la domanda sia posta correttamente : non cosa genera la ricchezza personale, ma quella della nazione, della comunità.
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Una nuova critica sociale

L’economia non è indipendente dai modelli culturali di riferimento. Così , insieme ad un approccio critico all’economia, è necessaria oggi, ancor prima, una nuova critica sociale. L’economia del benessere che abbiamo costruito nel XX secolo sfuma nell’incertezza e pare oggi effimera, laddove si basa sui fraintendimenti prodotti dal dominio culturale dei fini particolari: individuali ed aziendali.
Questo non a causa di modelli economici, ma per l’orientamento edonistico e materialistico oggi dominante. Non esiste sviluppo sociale, ma neanche vera crescita economica, senza valori fondanti, senza la percezione di un “filo d’oro” che ci rende tutti artefici del presente.
La massimizzazione del profitto, che in economia politica è solo un’utile ipotesi nella costruzione di modelli, è migrata, come messaggio ricco di promesse, nell’ambito sociale, sedimentandosi nell’essere di tutti noi. Così abbiamo preteso che ogni impegno manuale, intellettuale o finanziario dovesse “rendere” subito, nel brevissimo periodo. Ma una società non si regge su simili sciocchezze e nel lungo termine anche il suo sistema economico implode, perché privato di risorse e quindi di possibilità, orientate allo sviluppo di medio e lungo periodo. La crisi mondiale nasce da questo disequilibrio; dall’aver puntato tutto su ciò che ha “reso” a breve, dimenticando che ogni processo di sviluppo economico ha diversi livelli temporali e dinamiche che devono essere tutte contemporaneamente alimentate.
Dobbiamo poi confrontarci come italiani e come europei con il tema dell’immigrazione e delle possibili, ma difficili coesistenze, qui sul nostro territorio, nelle nostre città, di culture oggi diverse.
Abbiamo bisogno di “nuove frontiere”, ma anche di regole che vanno rispettate e condivise.
Cerchiamo queste regole nella cultura millenaria della nostra Europa, non lasciamoci confondere.
Il diritto, la cultura, la libertà ed il rispetto della persona, il lavoro come valore, il senso del dovere e dell’ordine, il sapere che una convivenza civile richiede anche il rispetto di regole, sono tutti elementi imprescindibili se vogliamo contrastare la strisciante decadenza nella quale siamo immersi.
Sul tema della sicurezza l’UDC si rifiuta di travestire come “interesse comune” scelte che sono solo scelte di parte. Non accettiamo la banalizzazione dei problemi del presente, senza porli in prospettiva col passato e con ciò che desideriamo per il futuro. Non ci prestiamo a scelte che ricordano un noto testo di Hannah Arendt sul processo Eichmann e sull’Olocausto, vale a dire il tema della “banalizzazione del male”: si giunge all’orrore per piccoli passi, ciascuno dei quali, in sé e per sé, pare innocuo e giustificato. Nel concreto ci riferiamo alle preoccupazioni che sorgono di fronte all’imposizione di un “federalismo padano” o all’intolleranza che si traveste da “sicurezza”. L’approvazione del decreto legge sulla sicurezza, al quale l’UDC si è opposta, rappresenta era tutto rivolto alla pancia dei militanti e dei simpatizzanti del suo partito, non una parola per il paese, nessun accenno al diritto. Solo chi banalizza la storia può ignorare che i nazisti durante gli anni ‘30, prima di gettare la maschera, scatenando la guerra e lo sterminio, si esprimevano con le stesse parole.
Le conseguenze che il disimpegno ha prodotto, abdicando alla cultura dei miti della modernità, sono già evidentissime, non solo per l’Italia, nella realtà demografica.
Il problema demografico è il problema emergente delle società occidentali perché conduce, in termini radicali, ad esiti opposti alle speranze fondanti la nostra modernità.
Alla deriva materialista deve opporsi un progetto che guardi con fiducia ad una società in cui i valori tornino ad essere guida.
I valori tradizionali, siamo certi, se sposati con intelligenza, illumineranno di una nuova luce anche le tante concrete realtà del mondo moderno.
Non vogliamo essere fraintesi. Non pensiamo ad una società forzata ad un ritorno alla “tradizione”. Fortunatamente il mondo cambia e non abbiamo nessuna nostalgia del passato, ma dobbiamo tutti, giovani e meno giovani, riscoprire in chiave attuale il senso delle parole. Ci limitiamo a queste: libertà, solidarietà, famiglia, lavoro, personalità, autorità, sessualità, consumi, utilità, responsabilità, compassione, bellezza.
Questa ricerca che a qualcuno può apparire eccessivamente “spirituale” ha invece conseguenze concrete proprio in politica. Il presidente della repubblica ceca Vaclav Havel ha scritto: “Il compito dell’Europa non è e non sarà più quello di dominare il mondo, di diffondervi la sua idea di benessere o di bene, di imporre la propria cultura e nemmeno quello di impartirla. L’unico compito sensato per l’Europa è essere se stessa e al suo meglio, vale a dire riportare in vita le sue migliori tradizioni”.
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Valori e “classe dirigente”

Ci pare che una delle radici del dissesto sia, qui in Italia, la mancanza diffusa di senso di responsabilità. Ci siamo abituati a convivere con alibi spregiudicati con i quali difendiamo i troppi privilegi che contraddistinguono la nostra società.

Pensiamo tutti che l’Italia attenda a tutt’oggi una riforma, una rifondazione delle istituzioni politiche ed amministrative centrali e locali, delle strutture sanitarie, delle partecipazioni pubbliche, del mondo dell’informazione, del corpo che nell’insieme amministra la giustizia, priva ormai di ogni efficienza.

La situazione della giustizia ci consente di aprire una parentesi su tutta la classe dirigente italiana e sulle sue corporazioni. La classe dirigente di un paese non sono i leader politici che si susseguono nelle trasmissioni di intrattenimento o i parlamentari che parlano uno dietro l’altro ai telegiornali per una manciata di secondi, blaterando sul nulla. Queste persone sono solo le comparse di una fase storica che speriamo solo di poter dimenticare.
Medici, magistrati, avvocati, funzionari dello Stato, imprenditori, commercialisti, architetti, notai, docenti universitari, giornalisti, responsabili delle forze dell’ordine, costoro sono parte della classe dirigente di un paese. Purtroppo, tra loro, non pochi tendono oggi a dimenticare i valori che dovrebbero testimoniare nella società. Troppi privilegiano l’interesse particolare e il tartufismo corporativo. Abbiamo assistito ad episodi che ci mostrano una “classe dirigente” in vendita.
Tutte le professioni, tutti i mestieri, se esercitati bene, onestamente, seguendo principi ispiratori generali o la specifica deontologia professionale, possono costituire la spina dorsale di una nazione.
Oggi in Italia non avvertiamo questa forza morale. Esiste oggi in Italia una classe dirigente?
Noi siamo convinti di sì, perché la stragrande maggioranza testimonia principi morali e vivacità intellettuale, ma soggiace all’inerzia, al conformismo di categoria, anestetizzati, in alcuni casi, da decenni di occupazione degli ambiti professionali da parte della politica.
L’UDC deve agire per limitare questa invadenza, aiutando questi cittadini a svolgere, insieme alla loro professione, il ruolo di garanzia e di promozione civile che, anche solo indirettamente, compete loro nella società italiana.
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