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Idee a Confronto
Gli approfondimenti che vi proponiamo
hanno lo scopo di delineare gli elementi che contraddistinguono
la nostra azione e che prospettano quelli che possiamo definire ”cardini
del cambiamento”.
Ne risulterà un insieme di idee e di progetti che ti invitiamo ad integrare con i tuoi contributi, per giungere alla redazione di un “libro bianco” sui veri cambiamenti che la società italiana attende da tempo.
I diversi punti produrranno un testo di molte pagine, poco
adatto ad una presentazione su internet. Utilizza quindi
la stampante e leggili con calma, un po’ alla volta,
durante il tuo tempo libero.
scrivici@youdc.it

Ritorniamo all’economia politica
Dopo l’ubriacatura da economia finanziaria dobbiamo tornare all’economia
politica, al desiderio di comprendere ed allo sforzo connesso
a questo desiderio.
Oggi é l’incertezza che dobbiamo affrontare, una nuova età che
sperimenta l’affanno nel quale si trovano le famiglie ed il mondo del lavoro:
l’incapacità di produrre redditi e valore, la fluidità dei
prezzi e quindi dei poteri d’acquisto, la distruzione di patrimoni, le
crescenti difficoltà negli approvvigionamenti di materie prime e di fonti
di energia, la risibilità delle politiche economiche, incapaci di liberarsi
dalla morsa delle partite correnti, l’inefficacia o la dispersione degli
investimenti pubblici, la crescente concorrenza internazionale la cui forza potenziale é rappresentata
dalle centinaia di milioni di futuri nuovi addetti alla produzione di beni materiali,
una forza produttiva immensa che si sta creando nei paesi emergenti dell’Asia.
Tanti sono gli elementi che potremmo aggiungere. Tutti contribuiscono
a delineare la debolezza strutturale della nostra economia ed
in particolare dell’economia
pubblica.
Ma è nell’economia che dobbiamo cercare le soluzioni.
L’UDC deve richiamare tutti all’importanza di una riflessione critica,
aperta e costruttivamente ottimista su questi argomenti cruciali, all’importanza
di una ricerca economica più attenta ai temi ed agli aggregati
macroeconomici che agli andamenti degli indici di Borsa.
L’UDC deve maggiormente coinvolgersi nell’elaborazione
di progetti volti ad attenuare gli effetti della crisi, guardando
contemporaneamente al futuro nel delineare possibili scenari
di sviluppo.
L’UDC deve porre al paese queste domande, impegnandosi ad applicarsi con
continuità alle possibili risposte: “quali fini di politica economica
ci proponiamo?”. “Stiamo allocando razionalmente le risorse per perseguire
questi fini?”. “Quali nuovi schemi di “utilità” possono
delineare nuovi processi di sviluppo economico e sociale?”.
Insieme possiamo promuovere un’economia capace di realizzare una partecipazione
diffusa al “fare impresa” ed al lavoro, dove intere classi di età sono
oggi discriminate; un’economia che tuteli i poteri d’acquisto ed
i risparmi, che rilanci gli investimenti reali e i progetti strategici, per giungere,
infine, ad una politica economica ed industriale che ridefinisca la partecipazione
italiana all’economia mondiale, ridisegnando strategie
e ruoli tra imprese, politica e finanza.
Il primo ed il più noto testo di economia, scritto oltre duecento anni
fa, ha per titolo “Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle
nazioni”. Non dobbiamo cessare di porci questa domanda: “cosa
genera reddito e ricchezza?”
Non esiste una risposta valida una volta per tutte; è questo un interrogativo
che tutte le generazioni, nelle diverse condizioni storiche ed economiche, devono
porsi, ed è essenziale che la domanda sia posta correttamente : non cosa
genera la ricchezza personale, ma quella della nazione, della comunità.
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Una nuova critica sociale
L’economia non è indipendente dai modelli culturali di riferimento.
Così , insieme ad un approccio critico all’economia, è necessaria
oggi, ancor prima, una nuova critica sociale. L’economia del benessere
che abbiamo costruito nel XX secolo sfuma nell’incertezza
e pare oggi effimera, laddove si basa sui fraintendimenti
prodotti dal dominio
culturale
dei fini particolari:
individuali ed aziendali.
Questo non a causa di modelli economici, ma per l’orientamento edonistico
e materialistico oggi dominante. Non esiste sviluppo sociale, ma neanche vera
crescita economica, senza valori fondanti, senza la percezione di un “filo
d’oro” che ci rende tutti artefici del presente.
La massimizzazione del profitto, che in economia politica è solo un’utile
ipotesi nella costruzione di modelli, è migrata, come messaggio ricco
di promesse, nell’ambito sociale, sedimentandosi nell’essere di tutti
noi. Così abbiamo preteso che ogni impegno manuale, intellettuale o finanziario
dovesse “rendere” subito, nel brevissimo periodo. Ma una società non
si regge su simili sciocchezze e nel lungo termine anche il suo sistema economico
implode, perché privato di risorse e quindi di possibilità, orientate
allo sviluppo di medio e lungo periodo. La crisi mondiale nasce da questo disequilibrio;
dall’aver puntato tutto su ciò che ha “reso” a
breve, dimenticando che ogni processo di sviluppo economico
ha diversi livelli temporali
e dinamiche che devono essere tutte contemporaneamente alimentate.
Dobbiamo poi confrontarci come italiani e come europei con
il tema dell’immigrazione
e delle possibili, ma difficili coesistenze, qui sul nostro territorio, nelle
nostre città, di culture oggi diverse.
Abbiamo bisogno di “nuove frontiere”, ma anche
di regole che vanno rispettate e condivise.
Cerchiamo queste regole nella cultura millenaria della nostra
Europa, non lasciamoci confondere.
Il diritto, la cultura, la libertà ed il rispetto della persona, il lavoro
come valore, il senso del dovere e dell’ordine, il
sapere che una convivenza civile richiede anche il rispetto
di regole,
sono
tutti elementi
imprescindibili
se vogliamo contrastare la strisciante decadenza nella quale
siamo immersi.
Sul tema della sicurezza l’UDC si rifiuta di travestire come “interesse
comune” scelte che sono solo scelte di parte. Non accettiamo la banalizzazione
dei problemi del presente, senza porli in prospettiva col passato e con ciò che
desideriamo per il futuro. Non ci prestiamo a scelte che ricordano un noto testo
di Hannah Arendt sul processo Eichmann e sull’Olocausto, vale a dire il
tema della “banalizzazione del male”: si giunge all’orrore
per piccoli passi, ciascuno dei quali, in sé e per sé, pare innocuo
e giustificato. Nel concreto ci riferiamo alle preoccupazioni che sorgono di
fronte all’imposizione di un “federalismo padano” o all’intolleranza
che si traveste da “sicurezza”. L’approvazione del decreto
legge sulla sicurezza, al quale l’UDC si è opposta, rappresenta
era tutto rivolto alla pancia dei militanti e dei simpatizzanti del suo partito,
non una parola per il paese, nessun accenno al diritto. Solo chi banalizza la
storia può ignorare che i nazisti durante gli anni ‘30,
prima di gettare la maschera, scatenando la guerra e lo sterminio,
si esprimevano
con
le stesse parole.
Le conseguenze che il disimpegno ha prodotto, abdicando alla
cultura dei miti della modernità, sono già evidentissime, non solo per l’Italia,
nella realtà demografica.
Il problema demografico è il problema emergente delle società occidentali
perché conduce, in termini radicali, ad esiti opposti alle speranze fondanti
la nostra modernità.
Alla deriva materialista deve opporsi un progetto che guardi
con fiducia ad una società in cui i valori tornino
ad essere guida.
I valori tradizionali, siamo certi, se sposati con intelligenza,
illumineranno di una nuova luce anche le tante concrete realtà del
mondo moderno.
Non vogliamo essere fraintesi. Non pensiamo ad una società forzata ad
un ritorno alla “tradizione”. Fortunatamente il mondo cambia e non
abbiamo nessuna nostalgia del passato, ma dobbiamo tutti, giovani e meno giovani,
riscoprire in chiave attuale il senso delle parole. Ci limitiamo a queste: libertà,
solidarietà, famiglia, lavoro, personalità, autorità, sessualità,
consumi, utilità, responsabilità, compassione,
bellezza.
Questa ricerca che a qualcuno può apparire eccessivamente “spirituale” ha
invece conseguenze concrete proprio in politica. Il presidente della repubblica
ceca Vaclav Havel ha scritto: “Il compito dell’Europa non è e
non sarà più quello di dominare il mondo, di diffondervi la sua
idea di benessere o di bene, di imporre la propria cultura e nemmeno quello di
impartirla. L’unico compito sensato per l’Europa è essere
se stessa e al suo meglio, vale a dire riportare in vita le sue migliori tradizioni”.
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Valori e “classe dirigente”
Ci pare che una delle radici del dissesto sia, qui in
Italia, la mancanza diffusa di senso di responsabilità. Ci siamo abituati a convivere con alibi spregiudicati
con i quali difendiamo i troppi privilegi che contraddistinguono la nostra società.
Pensiamo tutti che l’Italia attenda a tutt’oggi una riforma, una
rifondazione delle istituzioni politiche ed amministrative centrali e locali,
delle strutture sanitarie, delle partecipazioni pubbliche, del mondo dell’informazione,
del corpo che nell’insieme amministra la giustizia,
priva ormai di ogni efficienza.
La situazione della giustizia ci consente di aprire una
parentesi su tutta la classe dirigente italiana e sulle
sue corporazioni.
La classe
dirigente
di un
paese non sono i leader politici che si susseguono nelle
trasmissioni di intrattenimento o i parlamentari che parlano
uno dietro
l’altro
ai telegiornali per una manciata di secondi, blaterando
sul nulla. Queste persone sono solo le comparse
di una fase storica che speriamo solo di poter dimenticare.
Medici, magistrati, avvocati, funzionari dello Stato, imprenditori,
commercialisti, architetti, notai, docenti universitari,
giornalisti, responsabili delle
forze dell’ordine, costoro sono parte della classe dirigente di un paese. Purtroppo,
tra loro, non pochi tendono oggi a dimenticare i valori che dovrebbero testimoniare
nella società. Troppi privilegiano l’interesse particolare e il
tartufismo corporativo. Abbiamo assistito ad episodi che ci mostrano una “classe
dirigente” in vendita.
Tutte le professioni, tutti i mestieri, se esercitati bene,
onestamente, seguendo principi ispiratori generali o la
specifica deontologia
professionale, possono
costituire la spina dorsale di una nazione.
Oggi in Italia non avvertiamo questa forza morale. Esiste
oggi in Italia una classe dirigente?
Noi siamo convinti di sì, perché la stragrande maggioranza testimonia
principi morali e vivacità intellettuale, ma soggiace all’inerzia,
al conformismo di categoria, anestetizzati, in alcuni casi,
da decenni di occupazione degli ambiti professionali da
parte della
politica.
L’UDC deve agire per limitare questa invadenza, aiutando questi cittadini
a svolgere, insieme alla loro professione, il ruolo di garanzia e di promozione
civile che, anche solo indirettamente, compete loro nella società italiana.
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